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Una legge che ha aperto una frattura. 41 anni dalla legge che ha messo nel mirino i bambini non ancora nati con la sindrome di Down in Spagna

Nel 41° anniversario della Legge Organica 9/1985, la Fondazione Jérôme Lejeune Spagna denuncia la radice eugenetica di una norma che ha aperto la strada alla selezione dei bambini non ancora nati con disabilità e chiede una medicina orientata alla cura, non alla selezione.

Madrid, 6 luglio 2026

Domenica 5 luglio sono trascorsi 41 anni dall’approvazione della Legge Organica 9/1985, di riforma dell’articolo 417 bis del Codice Penale. Fu la norma che depenalizzò l’aborto in Spagna in tre casi e che introdusse, per la prima volta, una grave discriminazione giuridica nei confronti degli esseri umani non ancora nati con disabilità o patologie genetiche.

La legge stabiliva che non sarebbe stato punibile l’aborto praticato da un medico quando ricorressero determinate circostanze: grave pericolo per la vita o «la salute fisica o psichica della donna incinta»; gravidanza conseguente a una violenza sessuale denunciata; oppure quando si presumesse che il feto sarebbe nato con «gravi malformazioni fisiche o psichiche», con una serie di limitazioni temporali.

Al di là della gravità di una legge che rappresenta una giustificazione per porre fine alla vita di alcuni esseri umani, quell’espressione — «gravi malformazioni fisiche o psichiche» — non è un dettaglio minore né una formula tecnica del passato. Rivela una visione profondamente ingiusta e disumana della persona con disabilità: l’idea che una vita umana possa essere considerata meno degna di protezione a causa di una malattia, di un’alterazione genetica o di una disabilità.

La Fondazione Jérôme Lejeune Spagna denuncia con fermezza questa logica eugenetica, che per decenni ha contribuito a diffondere nella società l’idea che esistano vite che possono essere scartate prima della nascita se non rispondono a determinati criteri di salute, capacità o normalità. Il caso delle persone con sindrome di Down è particolarmente significativo. Lo sviluppo delle tecniche di diagnosi prenatale, unito a una cultura che presenta la disabilità come una tragedia che può essere «evitata», ha generato una crescente pressione sulle famiglie e sugli stessi professionisti sanitari. Organizzazioni come Down España stimano che attualmente oltre il 95% delle gravidanze in cui viene diagnosticata la sindrome di Down si concluda con un aborto. Là dove dovrebbero esserci informazioni veritiere, accompagnamento e sostegno, vengono offerti paura, solitudine e scarto.

Non si tratta soltanto di una questione giuridica. È una questione antropologica, medica, scientifica e sociale. Una società veramente umana non dovrebbe misurare il valore di una persona in base al suo patrimonio cromosomico, al suo stato di salute, alla sua futura autonomia o alla sua capacità di produrre. La dignità umana non dipende da una diagnosi.

«Una società giusta non può accettare che una diagnosi prenatale si trasformi, di fatto, in una condanna a morte. La disgraziata Legge del 1985 ha aperto una ferita profonda introducendo una discriminazione esplicita nei confronti dei bambini non ancora nati con disabilità o patologie genetiche. Quarantuno anni dopo, il tentativo di blindare l’aborto come prestazione sanitaria nella Costituzione spagnola non corregge questa ingiustizia: la consolida. Dalla Fondazione Jérôme Lejeune difendiamo l’idea che la risposta alla vulnerabilità non possa essere lo scarto, ma la cura, l’accompagnamento e la protezione di ogni vita umana», afferma Pablo Siegrist, direttore generale della Fondazione Jérôme Lejeune Spagna.

In effetti, quarantuno anni dopo, questa questione torna a essere di piena attualità. Il 7 aprile 2026, il Consiglio dei Ministri ha approvato il progetto di riforma costituzionale volto a modificare l’articolo 43 della Costituzione e a garantire costituzionalmente l’«interruzione volontaria della gravidanza», cioè l’aborto, come un diritto che i pubblici poteri devono assicurare in condizioni di effettiva uguaglianza. La proposta mira a collocare l’aborto nell’ambito del diritto alla tutela della salute. È quanto emerge anche dal parere del Consiglio di Stato sulla riforma dell’articolo 43 della Costituzione, che analizza l’introduzione di un nuovo comma relativo all’«interruzione volontaria della gravidanza» e alla sua garanzia da parte dei pubblici poteri.

Per la Fondazione Jérôme Lejeune Spagna, il rischio è evidente: trasformare l’aborto in una prestazione sanitaria costituzionalmente garantita significa compiere un ulteriore passo verso la normalizzazione di una pratica che, nel caso della disabilità prenatale, ha avuto conseguenze devastanti per i più vulnerabili, consacrando la nostra società come una società disumana.

La medicina non può essere utilizzata come strumento di selezione. La sua vocazione propria è curare, alleviare, trattare e accompagnare, soprattutto quando la vita umana si presenta in condizioni di maggiore fragilità. Di fronte a una diagnosi prenatale avversa, la risposta sanitaria e sociale non dovrebbe mai essere l’eliminazione del paziente, ma l’accompagnamento integrale della madre, della famiglia e del figlio.

Questo stesso monito è stato espresso con particolare chiarezza da Papa Leone XIV nel discorso rivolto ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune, pronunciato il 22 giugno 2026 in occasione del centenario della nascita del professor Jérôme Lejeune. Il Santo Padre ha ricordato che Lejeune comprese presto che la sua scoperta scientifica poteva essere utilizzata per eliminare le persone con sindrome di Down prima della nascita e ha denunciato questa nuova eugenetica che lo stesso Lejeune definiva «razzismo cromosomico». Nello stesso discorso, Leone XIV ha affermato: «Il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce. Per questo un medico non dovrebbe mai permettersi, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere sulla vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana! La medicina non potrà mai diventare serva della morte programmata!».

Jérôme Lejeune, scopritore della causa genetica della trisomia 21 e medico di migliaia di pazienti con disabilità intellettiva di origine genetica, ha dedicato la sua vita a difendere proprio questa verità: ogni essere umano possiede una dignità inviolabile, indipendentemente dalla sua salute, dalla sua età, dal suo sviluppo o dalle sue capacità. La sua eredità scientifica ed etica è ancora oggi profondamente attuale. Là dove alcuni vedono una vita da scartare, Lejeune vedeva un paziente, una persona da curare. Per questo, 41 anni dopo quella legge, la Fondazione Jérôme Lejeune Spagna riafferma il proprio impegno per una cultura della vita che rifiuti ogni forma di eugenetica, anche quando si presenta sotto le sembianze del progresso, dell’autonomia o di una prestazione sanitaria.

Di fronte al razzismo cromosomico, chiediamo cura; di fronte allo scarto, accompagnamento; di fronte alla solitudine delle famiglie, una medicina veramente umana. La dignità di una persona non comincia quando scompare la vulnerabilità. È proprio là dove vi è maggiore fragilità che una società si gioca la verità della propria umanità.

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